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Nicola Bombacci e la socializzazione

di "Artamano"
il Tue, 10 Jul 2007 21:28:18 GMT
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      Nicola Bombacci



      Nasce a Civitella di Romagna, in provincia di Forlì, il 24 Ottobre 
1879. Avviato dalla famiglia alla carriera ecclesiastica, lascia, a 
vent'anni, il Seminario di Forlì per iscriversi alla Regia Scuola Normale di 
Forlimpopoli, dove consegue il diploma magistrale. Insegnante elementare 
nelle campagne emiliane, è lì che si avvicina al "Verbo socialista", 
diventando, in pochi anni, un oratore intransigente e carismatico, direttore 
dei fogli "Il cuneo" e "Il Domani". Al congresso del Psi, nel 1912, si 
schiera con l'ala massimalista, capitanata da Benito Mussolini, dal quale si 
dissocia negli anni della lotta interventista, alla vigilia della prima 
guerra mondiale. Acceso assertore della neutralità, Bombacci, eletto 
segretario del Partito socialista nel 1919, partecipa, nel Gennaio 1921, a 
Livorno, alla scissione che darà vita al Partito Comunista d'Italia, per il 
quale viene eletto deputato. Sono gli anni in cui gli squadristi fascisti 
cantano: "Con la barba di Bombacci/ ci farem gli spazzolini/ per lucidare le 
scarpe/ di Benito Mussolini". Nel 1925 fonda una società commerciale 
italo-russa, per incrementare le relazioni tra l'Italia ed il neonato Stato 
sovietico. I continui viaggi in Urss lo portano a contatto con il 
"socialismo reale", accentuando gradualmente il suo distacco dal Partito 
comunista, che lo espelle nel giugno 1927. Scriverà poi, in Questo è il 
bolscevismo: "Nella Russia di Stalin l'operaio e i contadini non hanno 
raggiunto una sola delle aspirazioni che voi desideravate giustamente di 
realizzare. Non hanno realizzato un salario equo; non hanno conquistato un 
orario umano; non hanno una casa degna di questo nome; non posseggono i 
mezzi né materiali né spirituali per elevarsi, per educarsi ed istruire i 
loro figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma 
uno Stato-padrone, autoritario, che ha accentrato tutti i poteri economici, 
politici e polizieschi nella mani di una pletorica e plutocratica burocrazia 
, la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed 
industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed 
industriali". Isolato, economicamente in difficoltà, Bombacci trova un 
impiego per interessamento del fascista romagnolo Leandro Arpinati, presso 
l'Ice (Istituto di Cinematografia Educativa), dove rimane fino al 1935. Già 
nel '32, si assiste al lento ravvicinamento dell'ex leader comunista a 
Mussolini e ad alcuni esponenti della sinistra fascista (in particolare 
Edmondo Rossoni, tra i fondatori del sindacalismo nazionale), avvicinamento 
che gli permette di fondare, nell'Aprile 1936, grazie all'appoggio concesso 
dallo stesso capo del fascismo, il mensile "La Verità". "La rivista - ha 
scritto Fabio Gabrielli ("La Verità" di Nicola Bombacci, Milano, 1985) - 
assunse fin dal suo apparire questi connotati che ne avrebbero poi 
caratterizzato l'intera vicenda editoriale: violentissima ed apertissima 
lotta alle plutocrazie occidentali corruttrici (laddove con questo si voleva 
intendere il grande capitale detentore del potere politico), ampi spazi 
dedicati alla risoluzione dei problemi riguardanti i conflitti tra le classi 
sociali, ed infine un saldissimo anticomunismo". "La Verità" viene travolta 
dai fatti del Luglio '43. Ma Bombacci è tra i primi ad accorrere al richiamo 
del rinato fascismo repubblicano. "L'obbligo che Bombacci sentì - nota 
Guglielmo Salotti (Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Roma, 1986) - fu insieme 
morale e politico: nei confronti della Patria e del popolo italiano che, 
secondo lui, l'armistizio dell' 8 Settembre aveva svenduti al capitalismo 
internazionale, e di Mussolini, tradito dalla borghesia e dalla monarchia, e 
intento ora, pur tra difficoltà che non potevano nella loro gravità sfuggire 
anche ai suoi occhi, a dar vita al socialismo, 'unico socialista', come 
aveva a suo tempo affermato lo stesso Lenin, in grado di farlo in Italia". 
E' l'ex comunista del PcdI ad ispirare il termine "socializzazione", dando 
un importante contributo alla stesura dei "18 Punti di Verona", il 
"manifesto politico" della Rsi, e alla diffusione del nuovo messaggio 
rivoluzionario. In molti non glielo perdoneranno e a Piazza Loreto, accanto 
a quella di Mussolini, verrà appesa anche la sua salma.


      INTERVISTA IMPOSSIBILE A NICOLA BOMBACCI
      Apostolo della Socializzazione

      - Onorevole Bombacci...
      - Mi chiami Nicola. O Nicolino, se preferisce... Lasci stare 
l'onorevole: io sono figlio del popolo... E il popolo, me compreso, non 
contempla altro onore che quello conquistato sui campi di battaglia, nelle 
trincee o nelle piazze... E chi se lo conquista lì, come spero di aver fatto 
io nelle piazze, non gode ad essere chiamato "onorevole", secondo accezione 
corrente... Non ho un bel ricordo del mio periodo parlamentare... Per 
cui -la prego - eviti...
      - Comunque voglia essere chiamato, lei resta "l'Apostolo della 
Socializzazione"; le viene perfino attribuita la stesura del testo di legge 
che istituì la socializzazione nella vicenda della Rsi...
      - Non ho scritto io quel testo; certo, ho approvato e abbracciato 
totalmente disegno e realizzazione, fino a meritarmi quell'appellativo che 
lei ha ricordato... Quel progetto era quanto perseguivo da quando, agli 
inizi del '900, iniziai, da socialista, a fare politica... E da socialista - 
come sa - ho inteso finire di piantar grane a questo mondo...
      - Proprio il fatto che lei sposò, da socialista, di più: da fondatore 
del Partito comunista d'Italia, la causa del fascismo repubblicano, a guerra 
ormai compromessa, la fa ritenere persona controversa ed incoerente...
      - Beh, se è per questo, anche Togliatti sposò il programma originario 
del fascismo enunciato a San Sepolcro: ricorda, no? "Il Migliore", nel 1936, 
rivolse l'invito "ai fratelli in camicia nera" di rifarsi a quell'atto 
fondativo e di considerare il comunismo potenziale realizzatore di quel 
programma...
      - Sì, ma Togliatti si è ravveduto, mi sembra...
      - Mica tanto: secondo lei, perché dopo la fine della guerra concesse 
l'amnistia a migliaia di fascisti incarcerati?
      - Perché?
      - Perché pensava di riconquistare alla causa comunista tutti quei 
fascisti irriducibili a fare, da destra, quanto pretendevano i neo-acquisiti 
alla logica liberal-liberista che si andava apparecchiando in Italia. E, 
comunque, se lui, Togliatti, si è ravveduto dal fascismo io mi sono 
ravveduto dal comunismo... A conti fatti, visto che di comunismo reale si 
parla ormai solo sulle pagine di storia e neanche tanto positivamente, non 
so chi dei due si sia ravveduto meglio...
      - Se è per questo, del fascismo, sulle pagine di storia, si parla 
anche peggio...
      - Sì, ma con una, anzi: due differenze...
      - E cioè?
      - La prima: il fascismo ha perso una guerra mondiale e, quindi, era 
abbastanza scontato che pagasse dazio per quella sconfitta... Il comunismo, 
che pure vinse la stessa guerra che il fascismo ha perso, si è sconfitto da 
solo per implosione... La seconda...
      - La seconda?
      - Il fascismo non ha tradito la sua rivoluzione, il comunismo, invece, 
sì...
      - Quindi - mi sembra di capire - lei non si considera né controverso 
né incoerente...
      - Accetto senz'altro di essere considerato "controverso". Del resto, 
chi non è contro-verso rischia di diventare per-verso e, se lei permette, 
nessuno può dubitare della mia onestà morale... Sull'incoerenza politica il 
discorso si complica ma ritengo di potermi spiegare...
      - La prego...
      - Ho inseguito per tutta la vita la realizzazione di un progetto di 
evoluzione del lavoratore da asservito al giogo del capitale, a padrone del 
proprio destino... Quando vidi scivolare questa originaria e antica 
aspirazione dell'uomo in un riformismo che avrebbe finito per accettare, di 
perpetuare i canoni del liberismo economico, abbracciai la rivoluzione 
comunista e fondai la sezione d'Italia del partito... Quando, ancora, vidi 
come Stalin tradiva la rivoluzione dei Soviet, dei "consigli degli operai" 
per intenderci, per dare ad una casta di amministratori e di burocrati, a un 
Soviet talmente Supremo da essere inaccessibile ai lavoratori, tutto il 
potere che la rivoluzione, invece, prometteva all'operaio, mi disillusi e 
guardai oltre...
      - Al fascismo, com'è noto...
      - Al fascismo... Perché, no?
      - Beh, la storia pensa...
      - La storia non pensa: gli storici pensano...
      - D'accordo: gli storici pensano che il fascismo non favorì affatto 
gli interessi dei
      lavoratori...
      - A me risulta altrimenti, anche se non sono uno storico... Gli 
storici scrivono, di solito, quello che il potere al potere vuole che 
scrivano... Nelle eccezioni (rare...), per quanto obiettivi possano essere, 
sono anche loro, gli storici, dentro la storia: mica la contemplano da 
Sirio. Vuole che ricordi e le elenchi tutte le leggi che il fascismo 
promulgò al fine, realizzato, di costruire lo stato sociale, ancora prima di 
arrivare alla sua fase repubblicana?
      - Le conosco, grazie... Ma c'è chi pensa che, quelli, fossero atti 
dovuti in ogni caso e da qualsiasi - come lo chiama lei - "potere al potere"... 
I tempi erano maturi perché si realizzasse lo stato sociale... Il fascismo 
fece quanto era improrogabile fare...
      - ..Talmente improrogabile che, oggi, non fanno altro che smantellare 
improrogabilmente lo stato sociale... No, lei sbaglia: nessuna contingenza 
avrebbe costretto il fascismo a realizzare il suo programma rivoluzionario 
se, questo, non fosse stato iscritto nel suo Dna...
      - Torniamo, per un attimo, alla difficile assimilazione che lei intese 
intravedere fra fascismo e comunismo...
      - Le dirò di più: fino ad un certo momento del percorso della 
rivoluzione comunista, ho persino sognato - come ricorderà - che le due 
rivoluzioni, quella fascista e quella comunista, appunto, potessero 
unirsi...
      Ancora nel 1940, sentivo di poter affermare: ??...eppure giorno verrà, 
in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico, e la corporazione, di 
risoluta anima rivoluzionaria, s??incontreranno sopra un terreno di 
redenzione sociale??.
      - Che cosa intendeva dire?
      - Fascismo e comunismo hanno la stessa matrice ideologica: il 
socialismo, appunto... Perché crede che sul punto di essere fucilato gridai 
??Viva il socialismo???
      - Non lo so: me lo dica lei...
      - Il fascismo, all'inizio del suo percorso, divaricò la forbice dalla 
matrice originaria per poi gradualmente, riavvicinare le punte del comasso. 
Fino a farle coincidere in una formula, in qualche modo "socialista", forse 
inedita nella storia, sì, ma fedele all'originaria aspirazione e, ai miei 
occhi, a tutt'oggi, insuperata. Il comunismo, invece, uscì sì dallo stesso 
punto originario, ma poi realizzò la completa ottusità dell'angolo...
      Fino ad abortire in una sorta di capitalismo di stato... Cosa, 
quest'ultima, assai diversa da qualsiasi concezione di socialismo si voglia 
intendere...
      - A seguirla sembra quasi che sia stato il fascismo a realizzare le 
istanze marxiste...
      - No, il sistema di socializzazione del fascismo prevedeva la 
sussistenza della proprietà privata. Il che lo rende irriducibile alle 
istanze marxiste, almeno a quelle di vulgata...
      - Infatti, il fascismo non predicò mai l'abolizione della proprietà 
privata, come prevedeva invece il socialismo...
      - Anche qui - mi perdoni - si sbaglia: del socialismo esistono diverse 
concezioni e non tutte prescrivono l'abolizione della proprietà privata. Si 
rilegga Filippo Corridoni, per esempio... Quest'abolizione la prevedeva, 
compiutamente, la versione di-vulgata di Marx che, invece - nonostante la 
vulgata - considerava la fase finale del percorso rivoluzionario del 
proletariato comunista nella:????Autonomia dei produttori??. In pratica, 
Marx auspicava il pieno possesso, ovvero: la piena proprietà dell'impresa 
economica industriale, agricola, commerciale da parte dei lavoratori che la 
gestiscono. Cioè, ancora, nella piena autogestione delle imprese 
produttive... Nella socializzazione compiuta, per l'appunto... Guardi, 
ancora per esempio, il socialismo realizzato nell'ex Jugoslavia titina: lì, 
mica era una prescrizione tassativa abolire totalmente la proprietà 
privata... Come invece fu, e con quali esiti! nell'Unione Sovietica...
      - Ma la proprietà privata non è parte consustanziale del liberismo 
economico?
      - Questo lo credono menti depositate nell'archivio a caselle 
concettuali con tenuta assolutamente stagna e stonfa... La proprietà 
dell'impresa da parte del lavoratore, nei limiti stabiliti dalla 
socializzazione, la proprietà della sua casa - ancora e sempre per esempio - 
sono fondamentali che non smentiscono una versione possibile - sottolineo: 
possibile - del socialismo... Anzi - a parere mio - la esaltano al di là 
degli espropri statali comunisti e dei monopoli privati del capitalismo... 
La proprietà è un istinto naturale dell'uomo... Perché abolirla? O perché 
concentrarla in poche, avide mani? Nel Manifesto di Verona si stabilisce il 
diritto "alla" proprietà", in contro distinzione dal diritto "di" 
proprietà... Si stabilisce, cioè, un principio di diritto etico del 
proletario: quello di evolversi in proprietario... Il diritto "di" 
proprietà, cioè, viene ricondotto nell'ambito dei
      superiori interessi della comunità, del popolo, della nazione e non a 
quelli del capitalismo di pochi individui GIÀ proprietari...
      - Non mi dirà che il fascismo sostenne anche la lotta di classe...
      - La lotta di classe è un espediente, non un dogma... Un espediente 
che ha trovato nella rivoluzione industriale la sua legittimazione... Intere 
comunità contadine furono costrette ad inurbarsi in tuguri... E a lavorare 
in condizioni che a dire schiave è cosa perlomeno appropriata... Quale altro 
espediente, a parte la lotta di classe, avrebbero potuto adottare, quelle 
masse, per elevarsi da una condizione di animalità, in cui erano costrette 
dal neonato capitalismo industriale, a un minimo di condizione umana? Un 
rivoluzionario
      operaista a tutto tondo come Mazzini, non abbastanza celebrato per i 
motivi che le sto per esporre, poté concepire, invece, un sistema in cui 
tutti, un giorno, sarebbero stati padroni della propria impresa lavorativa e 
sociale... Invocando (il Mazzini...) che tutti avevano il diritto ad essere 
responsabili di questa impresa, senza distinzione fra fornitori di capitale 
e fornitori di forza-lavoro, auspicava, insomma, un sistema in cui le forze 
produttive si armonizzano in una responsabile condivisione sociale. In 
questa realizzazione, lo scontro di classe sarebbe diventato un non senso 
logico... Cosa che perfino Marx prevedeva come sbocco naturale del 
comunismo... E la storia ha smentito Marx, mica Mazzini che già, nell'800, 
intravedeva nel socialismo marxista realizzato ??una vita da castori?? e non 
da uomini... Quello che appunto fu.
      - Non le è mai venuto in mente che la socializzazione fosse un 
espediente per riconquistare alla causa dell'ultimo fascismo, quello 
repubblicano, la massa dei lavoratori? Masse che, disilluse dal regime 
ventennale, si erano, nel frattempo, rivolte altrove per cercare la propria 
giustizia?
      - Le posso dire che a Genova, poche settimane prima del fatidico 25 
aprile 1945, c'erano almeno trentamila persone in piazza ad ascoltare un mio 
comizio di propaganda per la socializzazione... E nessuno storico si è mai 
azzardato a considerare quella folla costretta a venirmi a sentire... E lì - 
credo - di essermi spiegato...
      Così, come nessuno storico ha mai sottolineato abbastanza che il primo 
atto legislativo del neo governo di liberazione, proprio nella mattina del 
25 aprile '45, abolì il decreto che istituiva la socializzazione delle 
imprese nella,ormai ex, Rsi... Sarà un caso?
      - Credo di no, ne convengo... Ma cosa disse, esattamente, in quel 
comizio del 12 marzo del '45?
      - Glielo riassumerò, citandomi. Dissi:"Fratelli di fede e di lotta, 
guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia 
lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent'anni fa. 
Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali 
per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, 
lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella 
Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul 
serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai".
      - Non le si può negare una fede cieca...
      - Non mi neghi la fede... La cecità - la prego - me la risparmi: non 
ho mai visto tanto bene come in quei giorni di martirio...
      - Va bene, andiamo oltre...
      - Non ho fatto altro per tutta la vita che andare oltre: continuiamo 
pure...
      - Secondo lei, che lo frequentò assiduamente, nei seicento giorni di 
Salò...
      - ..Della Repubblica sociale, vorrà dire... Scusi: chiami le cose con 
il loro nome esatto...
      - ...Nei seicento giorni della Repubblica sociale, allora, come 
vuole... Quale fu - dicevo - secondo lei, la molla decisiva che indusse 
Mussolini a concepire e realizzare il progetto di socializzazione, proprio 
nel momento in cui le speranze, non dico di una vittoria fascista, ma almeno 
di una sua possibile sopravvivenza, erano praticamente nulle?
      - Qualcuno (non ricordo chi...), prima di una battaglia che si 
preannunciava disgraziata, a chi gli faceva notare che non c'era nessuna 
speranza di vittoria, rispose: ??Sperare non è necessario per 
intraprendere.??
      ...Ecco - se lei mi permette - fu proprio questo - io credo - lo 
spirito che portò Mussolini a varare, finalmente la legislazione 
socializzatrice... A portare a termine, cioè, in maniera coerente (un 
termine che - mi sembra - le sta particolarmente a cuore; però, attento: 
soltanto gli imbecilli non si smentiscono mai...); a portare a termine - 
dicevo - gli sviluppi logici della rivoluzione fascista... Comunque, c'era, 
anche, un messaggio, un testamento - se vuole - da lasciare... Una via 
percorribile da indicare a chi sarebbe venuto dopo e avrebbe ripreso, in 
qualche modo, il cammino della rivoluzione che gli esiti della guerra 
stavano stroncando... Queste, e non altre, furono le molle che spinsero 
Mussolini a ??intraprendere??... Quando tutto, evidentemente, era ormai 
perduto... Fuorché l'onore... E si figuri che persino io, personalmente, 
m'illusi, per un momento, che realizzando la socializzazione le stesse sorti 
della guerra avrebbero potuto essere diverse... Ma Mussolini
      era l'unico che aveva, ancora, nonostante tutto, il senso esatto del 
corso che avrebbero preso la storia... Non fu certamente per caso che Lenin 
mi confidò che Mussolini era l'unico uomo italiano che avrebbe potuto 
realizzare, in Italia, la rivoluzione socialista... E i fatti non hanno 
smentito Lenin... Tanto meno, Mussolini...
      - Come saprà, in chi si autoproclamò "erede del fascismo", la via 
indicata da Mussolini nel suo testamento politico è rimasta, praticamente, 
lettera morta... Nel dopoguerra, fino ad oggi, furono altre le istanze che, 
dal fascismo, i neofascisti assunsero nella pratica della loro azione 
politica... - Quello che dice è parzialmente vero... La socializzazione non 
è stata, per molti anni, sventolata come bandiera di discrimine fra chi 
avrebbe dovuto intendersi, ed essere inteso, interprete della "Terza Via" 
fra due concetti e due idee, comunismo e capitalismo, che sembrano 
irriducibili ma che, nella sostanza, non lo
      sono: da una parte, infatti, troviamo ancora i sostenitori del libero 
mercato che tutto legittima in nome del laissez faire e, dall'altra, lo 
stato che tutto pretende: entrambi espropriatori del destino dell'uomo...
      - Quindi?
      - Quindi, il fascismo, l'ultimo fascismo soprattutto, ha saputo 
riportare il discorso ai giusti termini: restituire alle mani del popolo la 
responsabilità diretta della sua impresa, in ogni campo sociale si fosse 
trovata a manifestarsi... I fascisti del dopoguerra hanno, in non so quanto 
buona ma sicuramente in larga parte, disatteso la missione che gli fu 
assegnata. Senza, tuttavia, dimenticarla del tutto... Vedo, ai giorni che 
sono i suoi e, ahimè, non più i miei, dei sussulti che vanno nella direzione 
giusta... Vedo dei soprassalti di coscienza e di memoria... Le idee che 
valgono non muoiono... Respirano piano, ma respirano... Covano, semmai, 
sotto la cenere... Basterà una ventata più forte e il fuoco riprenderà ad 
ardere... O prima o poi, il capitalismo imploderà, per legge - oso dire - 
naturale... Così come, per deficienza interna, è crollato il comunismo... E 
l'uomo cercherà in altri sistemi di vita comunitaria la soddisfazione del 
proprio innato senso di giustizia sociale...
      - Nella socializzazione...
      - Nella socializzazione...
      Di Miro Renzaglia




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