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La variabile impazzita

di Sah
il Thu, 28 Dec 2006 13:18:15 +0100
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Galapagos
 Giovedì è arrivata la conferma che l'economia statunitense sta rallentando
vistosamente: il tasso di crescita del pil che nel primo trimestre marciava
al ritmo annuale del 5,5%, nel terzo trimestre è sceso al 2%. Una
decelerazione che non significa recessione visto che i numeri sono in ogni
caso positivi. Però l'economia Usa è in sofferenza: seguita a importare
troppo; l'attività edilizia, dopo anni di boom, registra «abbondanti
decrementi» - come ha commentato il Bureau of Economic Analysis - e c'è un
forte rallentamento anche nell'accumulo di scorte, segnale anticipatore di
un rallentamento della domanda. Di più: sotto la spinta del forte rialzo
delle quotazioni delle materie prime, l'inflazione si mantiene a livelli di
guardia, tanto che convincere la Fed a non ridurre i tassi che in
prospettiva potrebbe essere addirittura aumentati.
Eppure, lo abbiamo già accennato nei giorni scorsi, mai come nel 2006 i
profitti delle imprese sono andati così bene: il rapporto tra fatturato e
profitti si aggira sul 10%. Una cifra enorme che in molti analisti ha
evocato lo spettro del '29. Anche allora i profitti si sfioravano il 10%.
Poi, all'improvviso la grande bolla esplose e l'economia Usa (e non solo)
precipitò nella più grande crisi economica dell'era moderna. Al boom dei
profitti fa riscontro una caduta della quota di reddito destinata al
lavoro: nei primi 9 mesi del 2006 al lavoro è andato il 56,5% del Pil. Solo
nel 2000 la quota era due punti più alta. La sintesi è una crescita della
produttività molto legata ai bassi salari e una ridotta capacità di spesa
per decine di milioni di famiglie che per mantenere inalterati o quasi i
consumi sono costrette a indebitarsi sempre di più. Non a caso il risparmio
delle famiglie da mesi è negativo.
Il meccanismo dell'indebitamento era perfettamente oliato dalla crescita dei
valori delle abitazioni che consentiva la rinegoziazione dei mutui e dai
bassi tassi di interesse che consentivano la crescita del credito al
consumo a poco prezzo. Ora queste condizioni sono al capolinea, i consumi
frenano e l'economia rallenta.
A peggiorare la situazione si aggiunge la progressiva svalutazione del
dollaro che rende più care le merci importate. Però la svalutazione sembra
l'unica possibilità di uscita degli Usa dalla stagnazione. Certo, sarebbe
possibile attuare politiche fiscali e di bilancio differenti. Ma queste non
sembrano all'ordine del giorno e nemmeno nel programma dei democratici.
Allora, come nel '85 con l'accordo del Plaza non rimane che la via della
svalutazione «pilotata» per ridare competitività e frenare l'import. Ma nei
piani Usa potrebbe inserirsi una variabile impazzita: se l'Iran e altri
paesi decidessero di convertire, come minacciato, le riserve in dollari in
euro, potremmo assistere a un crollo improvviso della valuta Usa e la crisi
potrebbe esplodere improvvisa.

il manifesto
23 Dicembre 2006

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